Oltre il buco nell’acqua
I due referendum sull’acqua aprono un buco che deve essere tappato. Il settore idrico e i servizi pubblici in generale richiedono, a questo punto, un intervento normativo che gli dia coerenza e che ci metta in regola con le norme dell’Unione europea. Il governo deve proporre norme che siano razionali e che non lo espongano alle facili critiche di un’opposizione galvanizzata dal risultato referendario. Una soluzione esiste: buttare la palla in campo avversario.
21 AGO 20

Sull’acqua giace in Parlamento una proposta di legge – primi firmatari Pier Luigi Bersani e Dario Franceschini – che è largamente condivisibile. In pratica, essa crea un regolatore nazionale forte e, pur aprendo la porta per gli affidamenti in house, il suo impianto resta coerente con l’approccio riformista che è alla base anche del decreto Ronchi-Fitto. La tariffa, secondo la proposta, deve ripagare tra l’altro il capitale e la sua remunerazione. Se non è la zuppa della legge Galli (abrogata dal secondo quesito), è comunque un decente pan bagnato.
Il governo faccia propria questa proposta, e costringa il Pd a confrontarsi con le sue contraddizioni. E per gli altri, come il trasporto pubblico locale e i rifiuti, pure travolti dal referendum? Il governo dovrebbe fare lo stesso: ripescare il testo originario del ddl Lanzillotta – firmato, tra gli altri, da Bersani e Antonio Di Pietro – modificandolo solo nelle parti in cui comprende il servizio idrico e la distribuzione elettrica e del gas, già disciplinata da norme specifiche. Se l’esecutivo avrà la forza di prendere sul serio le proposte del Pd, potrà il Pd continuare a politicizzare la questione, oppure torneremo tutti a discutere di cose concrete?